Sigiriya, Sri Lanka

Racconto di Ariele, insegnante di yoga e ricercatore del vero…

“A Sigiriya trovammo un cielo plumbeo.
Lei non si trovava molto a suo agio in un  paese che sembra fatto apposta per costringerti a scrutare dentro di te.
Scalammo la parete, non sempre provvista di un corrimano arrugginito e vetusto,  sino alla cima di quel titanico dolmen prodotto dagli Dei del luogo; posto al centro di uno spettacolare piano di foreste che si apriva in tutte le direzioni.

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Il vento s’era alzato parecchio, si strisciava quatti sul fianco della roccia per sfuggire al baratro incombente.
Presto ci lasciammo alle spalle un gruppetto di giapponesi timorose, giovani donne inconsapevoli.
Qualcuno alla base ci aveva avvertito… lassù , in un lontano passato, un re dalla ferocia inaudita s’era macchiato di colpe infami, vessando per secoli la popolazione dei villaggi.
Nelle carni avevamo un oscuro richiamo, un liquido nero e baluginante che invischiava alla radice.
Subito, quando scorsi l’affresco della fanciulla a petto nudo, dalle movenze sensuali e ammalianti ne fui sedotto.

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Sulla spianata, dove ora c’era solo qualche squallida rovina della reggia, una greve oppressione ci stringeva la gola; un sentimento oltraggioso, di miseria ed umiliazione che non sembrava mai cessato: il respiro del luogo!
Come a sfuggirgli ci portammo sul filo del burrone dove ci venne d’urlare tutta la nostra gioia di esistere; due aquile sfrecciarono pericolose, a due passi dai nostri musi incantati. “

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